Federico Garcia Lorca, citando il critico teatrale e scrittore inglese Kenneth Tynan, scrive così in “Gioco e teoria del Duende” (Adelphi): “ Billie Holiday e Tennessee Williams ce l’avevano. Ella Fitzgerald quasi, ma non proprio. E Miles Davis forse non aveva altro”.

“Duende” è una parola che si usa molto in Spagna. Espressioni probabilmente  intraducibili come “questo ha molto duende”, sono decisamente frequenti. “Hai voce, conosci gli stili, ma non avrai mai successo perché non hai duende”, oppure, “i giorni in cui canto con duende, non mi supera nessuno”, o ancora, “tutto quel che ha suoni neri, ha duende” (Kenneth Tynan).
Cosa vuol dire quindi, duende?
Letteralmente significa “proprietario di una casa” e, in senso figurato, per gli spagnoli indica una sorta di folletto, o demone, che infesta una casa, dalle sembianze di un bambino o di un vecchietto. In senso translato, duende prende il significato di incanto, mistero.
Non si tratta quindi di un termine strettamente musicale, non lo usano gli addetti ai lavori, non è una parola che sentirete usare dai cantanti professionisti. Eppure, confrontandomi con la teoria di Garcia Lorca, non ho potuto fare a meno di notare la grande pertinenza che questo termine ha quando si parla di canto, o meglio, di un aspetto del canto.
Mi riferisco al suo “lato oscuro”, alla magia della voce che noi tutti sappiamo riconoscere all’ascolto, che pochi sanno riprodurre, che nessuno riesce a spiegare.
È quel potere misterioso ed evocativo che ci lega alla musica e al canto nel modo più profondo e nel luogo più nascosto del nostro io.
Non è forse vero che spesso la musica e il canto sono in grado di evocare sentimenti molto forti in noi, tali da indurci al pianto, alla disperazione, al riso e all’euforia? Non è forse vero che la musica riesce a farci stare molto bene ma anche molto male quando scava dentro di noi fino a rendere evidenti i nostri sentimenti? Che cosa provoca tutto questo?
C’è una lotta in atto in chi ascolta e in chi canta “con duende”.
In chi ascolta, è una lotta fra l’istinto e l’autocontrollo, ossia fra il cuore e la mente, la passione e la razionalità. Quando il cuore vince, ci lasciamo andare alle emozioni che l’ascolto induce.
In chi canta, e in senso generale, in chi fa arte, la lotta è con il proprio demone del duende, il folletto che abita la nostra casa artistica, un demonio forte e caparbio, pronto a darci battaglia finché non decidiamo di seguirlo e di lasciargli trasformare la nostra interpretazione (o la nostra opera d’arte) in qualcosa di magico e coinvolgente che riesce a superare le barriere razionali del pubblico ed a toccarlo nel profondo.
La facoltà di “arrivare” all’anima di chi ci ascolta non è una questione di capacità tecnica, né di bellezza timbrica, né di estensione vocale. Non è neanche una questione di recitazione: molti cantanti tentano di commuovere il loro pubblico o di affascinarlo inscenando interpretazioni melodrammatiche fatte di espressioni del volto, larghi gesti delle braccia e delle mani, mettendo su una vera parte da attori ma tutto questo non basta, è una finzione.
Riuscire ad entrare nell’anima degli altri è una questione di duende.È imparare a lasciar prevalere il nostro demone, il demone che gli artisti hanno dentro di sé, durante la performance. È un atto di crescita artistica che costa una grande fatica, ma quando tutto questo accade, il risultato è inimitabile.

Ogni cantante professionista, ogni studente di canto, ogni appassionato dovrà fare i conti con il proprio demone del duende. Io mi chiedo se ho cantato con duende ogni volta che finisco una canzone. Il percorso che ognuno di noi deve compiere, alla ricerca del proprio demone, è strettamente personale; è un viaggio dentro di noi per scoprire qual è la nostra verità artistica e per portarla alla luce.
Questo percorso inizia con la consapevolezza, con il porsi la domanda fondamentale: “Quando canto, canto con duende?”. Poi prosegue tutta la vita e può non terminare mai.
Pensate al duende come al piccolo folletto che impazza nella vostra anima: quando gli lascerete campo libero metterà a soqquadro tutti i vostri sentimenti. Sarà allora che cantando proverete le emozioni più forti, sarà allora che potrete sentire che il vostro canto sarà in grado di abbracciare tutto il pubblico che vi starà ascoltando.

Cito adesso alcuni artisti della voce del passato che indubbiamente cantavano con duende: la sopracitata Billie Holiday e Nina Simone, entrambe cantanti non dotate di una estensione vocale particolarmente sviluppata ma capaci di incantare il pubblico quasi fino ad ipnotizzarlo.
Jeff Buckley, cantante dalle indubbie qualità vocali, solo seconde tuttavia ad un modo di cantare commovente, struggente, che si deposita nel cuore di chi lo ascolta per non uscirne mai più, generando una sorta di innamoramento perenne.
Nick Drake, artista poco conosciuto, dalla voce esilissima ma quasi soprannaturale, che ci fa entrare in contatto con la sua anima fragile quando lo ascoltiamo.
Kurt Cobain, compianto cantante dei Nirvana, dal timbro sporco e impreciso ma dotato di una vocalità coinvolgente e disperata.
Edith Piaf, la grande interprete francese, dalla voce caleidoscopica e capace di passare da interpretazioni allegre e gioiose alla disperazione più nera.
Luigi Tenco e Rino Gaetano, cantautori scomparsi prematuramente e dotati di una intensità interpretativa che ancora oggi resta ineguagliata in chi cerca di riproporre le loro canzoni.
Gabriella Ferri, indimenticabile interprete romana, artista della voce e dello spettacolo troppo presto dimenticata. Mia Martini, forse la più grande artista della vocalità italiana che riusciva a trasformare la sua grande sofferenza interiore in una forza interpretativa travolgente, portando sul palco la sua vita stessa.

Irene Mezzacapo